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Il paese dei coppoloni: presentazione ai Paduli

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Esiste un posto magico, immerso nella natura, in quelle che sono chiamate le Terre di Mezzo. No, non siamo in un romanzo di J.R.R. Tolkien, ma nel Salento, nel Parco dei Paduli.
L’uliveto pubblico, candidato italiano al Premio del paesaggio del Consiglio d’Europa, è diventato la base di un progetto di Rigenerazione Urbana, che si pone l’obiettivo di creare dei servizi ecocompatibili. Da qui l’adozione dell’uliveto che era semi abbandonato, la sperimentazione di alloggi temporanei biodegradabili, la promozione della mobilità lenta, la valorizzazione dei sapori della tradizione contadina.
Il discorso è talmente ampio che dovrei scrivere un articolo lunghissimo, per approfondire vi consiglio vivamente di visitare il sito del Parco Agricolo Multifunzionale.
Il parco è teatro di numerosi eventi, non ultimo la presentazione del libro di Vinicio Capossela “Il paese dei Coppoloni” domenica 17 maggio.
L’autore ha chiesto alla casa editrice di non presentare il libro nelle solite librerie ma sulla viva terra; la presentazione in uno scenario bucolico come quello del Parco è stata a dir poco emozionante. Ecco com’è andata.

L’atmosfera che si respira ai Paduli è fiabesca, c’è qualcosa di magico. Ci si arriva attraverso delle stradine tortuose, tra muretti a secco, ulivi secolari e macchia mediterranea.
thumb_IMG_5632_1024-2Alle 18.00 c’è un gran fermento. Il pubblico è molto vario: i piccoli scorrazzano tra gli ulivi e i nidi, molti sono già seduti all’interno del cerchio magico su sacchi di iuta, balle di fieno e sull’arena di canne. C’è chi arriva a piedi, qualcuno in bici e persino a cavallo. Sembra di essere in un’altra dimensione. Dopo un’ora di attesa arriva Vinicio Capossela, seguito da Antonio De Marco e l’antropologo Eugenio Imbriani che ha introdotto e moderato l’incontro.
Poco prima dell’inizio il coro dei Paduli ha salutato l’autore con il canto “Xilella”, tema caldo, anzi caldissimo per chi come noi ha intrecciato la propria vita a quella degli ulivi.
E finalmente ci siamo lasciati trasportare dai voli pindarici dell’autore, che ci ha immersi in questa dimensione ancestrale << fatta di viandanza a piedi; i passi scandiscono il racconto, il battere del passo rafforza il legame con la terra; il protagonista del libro, scritto in 17 anni e figlio di uno sradicamento, è proprio un viandante.
Il paese dei coppoloni è ambientato nell’Irpinia, nel paese dell’Eco, dove c’è una sala per gli sposalizi, che si chiama casa dell’Eco, (in realtà e.c.a., ma Vinicio ha vissuto questi luoghi tramite il racconto e da bambino capiva eco).
Il paese sembra uscito da un quadro di Escher. L’orologio in piazza è fermo, in segno di lutto, alle otto meno venti, “l’ora in cui finì il mondo della civiltà contadina” con il terribile terremoto che distrusse e sconvolse l’Irpinia il 23 novembre del 1980.
In quella parte di paese è come se si fosse passati al tempo del mito; la trama è costruita dagli incontri quotidiani del protagonista con i bizzarri personaggi che portano uno stortonome, guadagnato con gesta e sfottimenti: c’è il Mandarino “pascitore di uomini”, Scatozza “domatore di camion” , la Totara, Cazzariegghio. C’è una serie di domande tipica del territorio che accompagna il viandante: “Chi siete? A chi appartenete? Cosa cercate? E quando ve ne andate?” Da quest’ultima sembra che sia una terra abituata a non trattenere chi vi si reca.
È un viaggio in una piccola comunità che costruisce un canto di insieme, ognuno aggiunge una strofa, chi racconta le storie compone un quadro epico.
Il silenzio è gravido di storie, che si possono ascoltare solo se si è pronti ad accoglierle. Si sentono le storie delle case, degli alberi, dei sentieri mai dritti e intricati. Le cose esistono se si è disposti a crederci.
Ciò che è importante è la civiltà della terra, la natura è la manifestazione della creazione.
Tutto è parte della creazione, il bene e il male rientrano in questo quadro. Il riavolo, il Patraterno; la musicalità è intrecciata al lessico, la erre è importante nel paese dell’Eco. Anche la musica è protagonista, c’è la musica da canto a sonetto, il canto a serenata e a ingiuriata, i canti nelle cumversazioni, la musica da ballo per gli sposalizi, quella per uccidere il maiale, il lamento funebre, la musica rurale.

L’uomo è di ostacolo alla conoscenza della natura. “Superare il proprio intralcio è la prima iniziazione per avere un maggiore contatto col mondo.” Per questo c’è bisogno di un animale guida. Molte popolazioni prendono il nome dall’animale totemico o lo adottano come simbolo: l’Irpinia dal lupo hirpus, come la Lucania, i Sanniti dal toro.
L’animale guida del protagonista è il tacchino, perché era l’animale con cui giocava da piccolo.
Potrebbe sembrare un animale stupido, in realtà ha origine dall’Oriente: Gallo d’India, turkey. Ci riporta all’infanzia, alla purezza iniziale perduta, all’iniziazione.
Abbiamo tutti l’idea di Itaca, e corrisponde all’idea di quella purezza iniziale.
Nel paese dell’eco ci si muove sotto la Luna, la grande madre delle anime.
Il paese dell’eco è la terra dei padri, nostalgia dell’infanzia del mondo.>>

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27 Gennaio: Giorno della Memoria. L’albero di Anne

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Ogni anno, in questo giorno, il nostro pensiero va alle vittime di quella pagina nera della storia dell’umanità, l’Olocausto.

Le iniziative per Ricordare sono numerose. Letteratura, cinema, radio e televisione ci offrono molti spunti per riflettere.

Oggi vorrei parlarvi di un libro in particolare, che mi aveva colpito molto. L’ho letto proprio in occasione del Giorno della Memoria di due anni fa, in occasione del mio Servizio Civile in biblioteca. L’albero di Anne, Orecchio Acerbo editore, di Irène Cohen-Janca, con le illustrazioni di Maurizio A.C. Quarello.

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Anche in questo caso si tratta di un albo illustrato per bambini (età di lettura consigliata dai 9 anni). Credo che sia importante educare fin da piccoli quelli che saranno gli adulti di domani. Trasmettergli i giusti valori e la nostra memoria, soprattutto sui fatti come questo.

La particolarità del libro è il punto di vista. Infatti a raccontarci questa storia è un vecchio ippocastano.

Questo ippocastano si trova in un giardino, al numero 263, Canal de l’Empereur di Amsterdam. Da 150 anni dona l’ombra agli innamorati, le proprie castagne ai bambini, per i loro giochi, e agli anziani, per curare i reumatismi. Offre riparo agli uccelli e cede la propria chioma ai giochi del vento. Ma cosa più importante, è uno spiraglio di speranza e bellezza per una ragazzina di 13 anni, Anne, costretta a stare nascosta in casa, le tiene compagnia, regalandole l’alternarsi delle stagioni, per due anni.

Ora, dopo 150 anni, l’albero ormai ammalato, rischia di essere abbattuto, ma nonostante questo, l’ippocastano, di ricordi, non è preoccupato per i parassiti che lo intaccano, bensì per parassiti più pericolosi: i tarli della memoria. “Quelli che vorrebbero intaccare, fino a negarlo, il ricordo di Anne Frank”.

Triste, ma allo stesso tempo bello. Uomo e natura legati da un accordo intimo. Arricchito da illustrazioni che ben rappresentano il ricordo, il declino dell’albero che sembra dare il suo addio al mondo, mentre ricorda le brutture della guerra. Un modo delicato per raccontare quello che è successo in quegli anni, e quello che non dovrà accadere mai più.

#maipiu #pernondimenticare #giornatadellamemoria


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Nella foresta del bradipo di Anouck Boisrobert e Louis Rigaud

Copertina - nella foresta del bradipo

Copertina – nella foresta del bradipo

Quello di oggi è un altro consiglio di lettura. Il Natale si avvicina, perché non mettere sotto l’albero un bel libro?

E questo è proprio speciale.

Credo sia stato il libro che per primo mi ha avvicinato alla letteratura per l’infanzia, e sono sicura che tutti i bambini cresciuti lo apprezzeranno.

E’ uno di quei libri pop-up, che affascinano tanto grandi e piccini; racconta la storia di un bradipo che vive abbracciato al suo albero, in mezzo alla foresta, nella lentezza e noncuranza. Non si smuove neanche quando arrivano uno dopo l’altro i mezzi che iniziano a disboscare la foresta, e fanno scappare tutti gli altri animali. Il lettore è immerso nella continua evoluzione della foresta, e tocca con mano i danni che l’uomo arreca all’ambiente naturale, mettendo in pericolo la vita delle specie animali, tra cui quella del nostro amico bradipo brasiliano tridattilo, che continua a rimanere penzoloni sul suo albero. Riuscirà a salvarsi?

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Ciò che rende speciale questa piccola opera d’arte è certamente il messaggio positivo che trasmette: è tutto nelle nostre mani e non è mai troppo tardi per fermare la distruzione della foresta amazzonica, e in generale della natura.

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Inoltre è stampato con inchiostri di soia su carta proveniente da foreste gestite in modo sostenibile.

La casa editrice è la Corraini Edizioni, che presenta una catalogo molto ricco di libri davvero affascinanti, e che collabora con autori del calibro di Bruno Munari.

Fate un giro nel loro sito, rimarrete a bocca aperta e vorrete averli tutti!

Invece qui trovate altri consigli di lettura.


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Storia di una lumaca che scoprì l’importanza di essere lenta di Luis Sepulveda

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Qualche mese fa, in uno dei miei giri in libreria, mentre cercavo nuove letture la mia attenzione, anzi l’attenzione della bambina che è in me, è stata catturata da una bella copertina verde, con il titolo scritto in corsivo e l’illustrazione di un vortice sul quale si susseguivano alberelli e casette e al centro una grossa lumaca.

Era il nuovo libro di Luis Sepúlveda, un autore che amo molto sin da bambina. (Chi non si ricorda della Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare?)

Ovviamente l’ho portato a casa con me; è una lettura breve ma densa di significato, è una meravigliosa favola per bambini, protagonista una giovane lumaca curiosa, che vive insieme ad altre lumache nel Paese del Dente di Leone e che è curiosa di scoprire la ragione per cui sono così lente e che non trova giusto non avere un nome, infatti si chiamano tra di loro semplicemente “lumaca”.

Intraprende così un viaggio, durante il quale incontra un gufo e una tartaruga molto saggia che le da un nome e l’avverte di un pericolo che incombe sul Paese del Dente di Leone (indovinate qual è il pericolo? Sì… è ovviamente l’uomo che sta costruendo una nuova strada e un parcheggio distruggendo quel prato). Così la giovane lumaca decide di tornare dalle altre e condurle in un nuovo viaggio verso l’ignoto per salvarle.

E’ un elogio all’amicizia, alla collaborazione, alla pace e alla generosità, e soprattutto alla natura. In poche pagine Sepúlveda racchiude un’importante messaggio, la vita non sempre va vissuta freneticamente, ogni tanto è bene rallentare, allontanarsi e magari guardare da un’altra prospettiva.


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Piccolo Albero di Carter Forrest

PiccolAlbero

Girovagando tra gli scaffali di una piccola e deliziosa biblioteca che amo molto, sono stata subito attratta dalla copertina di questo libro, un paesaggio montano verdissimo. La quarta di copertina mi convince a prenderlo in prestito.

Piccolo Albero è un romanzo di formazione degli anni ’70. Nasce come libro per ragazzi, ma consiglio a tutti di leggerlo.

Piccolo Albero è un orfano di appena 5 anni che viene affidato alle cure dei nonni Cherokee. E’ lui in prima persona a raccontarci come impara a vivere secondo la saggezza dei Cherokee, in armonia con la natura, gli alberi e gli animali. Il nonno gli insegna i segreti curativi delle piante e legge Shakespeare a tutta la famiglia. Sono una piccola minoranza, cercano di integrarsi con la cività dei Bianchi con la quale ogni tanto si scontrano.

Una storia dolce e allo stesso tempo malinconica, che ci invita ad ascoltare la voce della natura e a vivere nel rispetto di ogni cosa e di sé stessi, non dimenticando mai le proprie radici.